operatori sanitari

Mi vengono in mente quelle strazianti ed eroiche immagini di operatori sanitari esausti, col capo chino su di una scrivania, dopo turni estenuanti di lavoro, in una trincea nella quale si combatte senza essere per nulla al riparo dal fuoco nemico del nuovo coronavirus.

In queste ore le società scientifiche internazionali di settore hanno classificato il Covid 19 come appartenente all’hazard Group 3: al pari dell’antrace, dei prioni e di alcuni micobatteri. Tutto questo porta a ritenere addirittura indispensabile l’uso di scafandri particolari per i necessari esami di anatomia patologica.

Questo per indicare quale sia il grado di pericolosità che rappresenta questo terribile ed insidioso killer invisibile. E soprattutto quanto sia grave il rischio cui sono stati esposti personale sanitario e pazienti in questi primi 50 giorni di pandemia.

Eppure contro questo avversario gli operatori sanitari si sono lanciati senza batter ciglio, anche senza quei dispositivi di tutela individuale prescritti da tutti i manuali di igiene e sicurezza del lavoro.

Oltre ottomila i contagiati, circa settanta i caduti. Eppure era possibile far diversamente: l’Ospedale Cotugno di Napoli  specializzato in malattie infettive vanta il primato di non aver alcun medico contagiato!

Quei volti tumefatti da mascherine compressive tenute per 12 ore e passa la dicono lunga su come in quelle ore si è lottato e si lotta al fronte tra respiratori artificiali, pazienti da intubare, altri da controllare e mobilizzare continuamente, terapie ed infusioni, aspirazioni e parametri vitali.

operatori sanitari

E poi tensione, passione, amore per il prossimo, dedizione  e conoscenza, un mix di sensibilità che hanno messo in campo l’Italia migliore.

Donne ed uomini che lavorano in sanità con spirito di dedizione e impegno, sottopagati, talvolta precari, ma sempre pronti a rispondere a quel giuramento di Ippocrate che ci obbliga all’assistenza ed alla cura sempre, comunque, ovunque, con scrupolo ed impegno, con umanità e solidarietà.

Anche in sale attrezzate alla meglio nottetempo, per moltiplicare i letti di terapia intensiva, anche se non tutti gli standard di sicurezza sono garantiti. L’imperativo assoluto è quello di salvare vite umane.

Sì, a Bergamo, come a Milano, a Roma, come a Mantova tutti si son lanciati oltre la linea del nemico, per strappare alla morte infame pazienti in fame di ossigeno.

Si dice che siano eroi. Non credo sia questa la missione che il giuramento di Ippocrate consegna loro. Sono uomini e donne del nostro Paese, formati con corsi universitari e post universitari qualificati ed interpreti della migliore medicina del mondo.

Pronti ai sacrifici, ma non al martirio…

Per questo ora tocca al Parlamento prendersi cura di loro, riconoscergli la cornice della straordinarietà del lavoro che stanno conducendo: ci sto provando, assistito dalla spiccata sensibilità e dalla valorosa competenza del collega penalista Francesco Paolo Sisto.

Occorre assegnare agli operatori uno scudo penale e civile per evitare che tra qualche mese i soliti sciacalli, specialisti in “speculazioni legali”, alimentati da vergognosi inserti pubblicitari, si accaniranno al fine di ottenere condanne e risarcimenti.

La legge Gelli coinvolge gli operatori professionali anche nelle responsabilità risarcitorie e, al di là del giudizio complessivo, è evidente che quella norma non poteva prevedere le fattispecie apocalittiche con le quali oggi  siamo costretti a fare i conti. 

In un conflitto bellico vale la medicina di guerra e nessuno si sognerebbe di far causa ad un chirurgo militare che per salvare un paziente amputa un arto, senza tutte le garanzie strumentali e funzionali. Allo stesso modo dobbiamo prevedere una misura che escluda gli operatori sanitari da queste responsabilità.

Medici e personale sanitario oggi mettono a repentaglio la propria salute, ed in centinaia l’hanno già persa, anche perché minata proprio da quella mancanza di dispositivi di protezione che ancor si registra in modo acuto. Quei sanitari stanno supplendo anche alla inadeguatezza della nostra sanità assolutamente impreparata a reagire ad una così grave emergenza. Vanno protetti con un intervento normativo che li salvaguardi, sia sul piano penale che sul versante civile. 

Questo però non dovrà comportare la mortificazione dei legittimi diritti dei cittadini, che laddove gravemente lesi ed accertati, dovranno comunque avere la possibilità di essere tutelati, mediante interlocuzione con le istituzioni preposte.

In altri termini, nel periodo del coronavirus alla scelta di tenere esente da conseguenze giudiziarie il personale sanitario, deve doverosamente accompagnarsi la possibilità per i cittadini di ottenere risposte risarcitorie nei confronti delle strutture. Sovrapporre le condotte costituisce da un lato una inaccettabile confusione fra responsabilità diverse, dall’altra una compromissione non consentita dei diritti fondamentali dei pazienti.


L’autore è medico chirurgo e parlamentare.

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